Le colline ascolane offrono condizioni ideali per la coltura della vite. "L'umidità relativa dell'aria che si mantiene su valori piuttosto bassi a seguito della ventilazione sempre presente, dove l'esposizione è favorevole, crea le condizioni ottimali per ottenere uve sane senza la necessità di ricorrere ad un eccessivo uso di presìdi fitosanitari. E così, ecco le aziende della collina picena favorite nell'applicazione di modelli di agricoltura più rispettosi dell'ambiente"
(fonte: "Le strade del vino piceno", edizioni "Enoteca Italiana2, 1997. Testo a cura di Antonio Paolini).

Già negli anni '90, gli esperti notavano come la mentalità del produttore vitivinicolo piceno stesse subendo una mutazione positiva. "Una lenta ma costante evoluzione verso la qualità, con il recupero e la valorizzazione di vitigni dalla tradizione, fatta da competenti e appassionati vignaiuoli"
(fonte: Antonio Attorre, Valerio Chiarini, "Il vino marchigiano", edizione "Il lavoro editoriale", 1990).

Questa crescita culturale ha riguardato anche il vitigno Passerina, fin dalle prime selezioni operate fra anni '70 e anni '80 da Guido Cocci Grifoni nell'azienda omonima (Tenuta Cocci Grifoni) di San Savino di Ripatransone (Ap). Studiati, piantati e coltivati, vitigni come la Passerina cominciarono a farsi apprezzare come un vero patrimonio dell'enologia locale.

La seconda vita del vitigno Passerina

veniva impiegata prevalentemente come correttivo nell'uvaggio di blend bianchi. Ben resistente a muffe e parassiti, capace di assicurare una notevole produttività per ettaro, l'uva del vitigno Passerina inoltre ha l’attitudine ad accumulare zuccheri in prossimità della vendemmia senza una proporzionale flessione delle componenti acide. Ed ecco spiegato allora il frequente ruolo avuto dal Passerina nei decenni passati, come vitigno complementare per donare freschezza e vivacità all’uvaggio.

Con gli anni, sempre più produttori hanno scelto di vinificare la Passerina in purezza, puntando sulle sue caratteristiche enologiche: un vino dai profumi floreali e delicati, capace con il suo brio di dare ampie soddisfazioni anche nella creazione di spumanti e di passiti.



Il Piceno e il vino, un legame antico

Anche in questa parte di Italia, gli inizi assoluti della viticoltura e della vinificazione vanno fatti risalire agli Etruschi e ai coloni che venivano dalla penisola ellenica. Tra i greci e tra l'antica popolazione italica, dunque, tra X e VIII secolo avanti Cristo, circa: ecco dove rintracciare i prodromi del vino nel Piceno.

Produzione copiosa, vini generosi e potenti: di queste figure è piena la narrazione degli storici antichi e degli anticipatori dell'enologia. Basti ricordare Polibio di Megalopoli e la descrizione che le sue “Storie” forniscono circa le qualità addirittura curative dei vini di queste terre. Testimoni d'eccezione sono le stremate truppe e i malandati cavalli di Annibale, durante le scorribande puniche nella regione adriatica.

E poi Catone, Varrone, Columella, Plinio il Vecchio: ormai pienamente entrate nell'orbita di Roma, non senza guerre e feroci resistenze, le genti della terra picena sono sempre state riconosciute come particolarmente legate alla coltura della vite. E questa ha sempre trovato casa e alimento nel lavoro dei contadini a queste latitudini.

Più tardi, già dopo il Rinascimento, i vini del Piceno vengono definiti “potentissimi” da Andrea Bacci, medico di Papa Sisto V e cultore della già allora variegatissima produzione vinicola italiana. Ovviamente, nei secoli i metodi di coltivazione sono cambiati. Dai vigneti specializzati dell'epoca basso medievale si passò agli arativi vitati, un metodo per massimizzare i prodotti dei campi, che prevedeva il maritare la vite ad altre colture o alberi.

Nel periodo della mezzadria, dunque, il vino era considerato un alimento che integrava la povera dieta dei contadini. Autoconsumo e scambio con altri prodotti, erano queste le funzioni del vino. Si privilegiava la quantità alla qualità.

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Le due "rivoluzioni" del vino nel Piceno

Fra 1880 e 1890 giunsero anche nel Piceno i flagelli della Peronospora e della Fillosera, vinti solo attraverso l’impiego dei portinnesti di vite americana. La nascita nelle Marche delle Cattedre Ambulanti di Agricoltura fu decisiva per il miglioramento delle tecniche di coltivazione e il rinnovamento degli impianti. Ma ci fu anche una rivoluzione nelle varietà clonali coltivate, con l'introduzione di vitigni completamente sconosciuti nella storia enologica delle Marche e del Piceno.

Nel 1905, lo studioso Arzelio Felini scrisse nei suoi Studi Marchigiani che “è oltre un ventennio che i nostri viticoltori, nel tentare di risolvere il problema enologico marchigiano, hanno abbandonato si può dire la moltiplicazione delle caratteristiche varietà dei vitigni nostrani, quali le vernacce, i verdicchi, i biancami, per introdurre del nord e del sud” (citato in “I vini delle Marche”. Assessorato all'Agricoltura della Regione Marche, 2004).

Fanno il loro ingresso il sangiovese, il trebbiano, e con il tempo anche i cosiddetti vitigni “internazionali” come Cabernet Sauvignon, Merlot, Chardonnay. La produzione diventa più razionale, finisce la mezzadria, nascono nuove figure di proprietari.

Fino agli anni '80, i vitigni autoctoni sono come dimenticati. Fino a quando i produttori più lungimiranti ne compresero le grandi potenzialità, se abbinate ai metodi moderni in vigna e nella vinificazione. Le aziende produttrici si ristrutturano nuovamente, si passa dalla produzione anomica per la “cisterna” all'imbottigliamento, si migliorano gli impianti, l'introduzione dei disciplinari Doc fissa nuovi standard di qualità. È quella che potremmo definire la “seconda rivoluzione” del vino piceno.

E il vitigno Passerina ne diventa protagonista a pieno merito.

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